La voce del Vangelo

«Chi accoglie voi accoglie me» (Mt 10,40)


L’accoglienza è uno dei gesti più belli del Vangelo, ma anche uno dei più impegnativi. Spesso ne parliamo come se fosse qualcosa di spontaneo e semplice. In realtà, accogliere significa fare spazio. E fare spazio comporta sempre una rinuncia.
Quando apriamo la porta a qualcuno, non gli offriamo soltanto una stanza o un posto a tavola. Gli doniamo qualcosa di molto più prezioso: il nostro tempo, la nostra attenzione, la nostra disponibilità. A volte significa rinunciare ai nostri programmi, interrompere le nostre abitudini, lasciare entrare qualcuno nella nostra quotidianità e perfino nella nostra intimità. Fare spazio all’altro significa, in un certo senso, fare un passo indietro perché possa trovare posto nella nostra vita.
Ed è proprio qui che il Vangelo ci sorprende. Quella che sembra una perdita si trasforma in un guadagno. L’accoglienza è sempre un dono reciproco: noi offriamo qualcosa di noi, ma scopriamo che anche l’altro è un dono. Ogni incontro custodisce una ricchezza: una parola, una storia, un volto attraverso cui Dio può venirci incontro.
Nel brano di Matteo (10,37-42), Gesù non chiede gesti straordinari. Non dice che per entrare nel Regno siano necessarie imprese eroiche. Ricorda invece che è sufficiente perfino un bicchiere d’acqua fresca donato a uno dei suoi piccoli. Un gesto umile, quasi insignificante agli occhi del mondo, ma compiuto con amore, possiede un valore eterno.
Questo ci consola e ci incoraggia. Non tutti siamo chiamati a compiere grandi opere, ma tutti possiamo fare spazio agli altri. Tutti possiamo trovare il tempo per ascoltare, aprire una porta, offrire una parola buona, donare la nostra presenza, porgere un bicchiere d’acqua fresca. È proprio in questi gesti semplici che Gesù si rende presente nella persona che ci sta davanti.
L’amore di Dio passa attraverso ciò che è piccolo. È la logica del Vangelo, che capovolge i criteri del mondo: ciò che appare minimo agli occhi degli uomini diventa prezioso agli occhi di Dio.
Santa Teresa di Lisieux, parlando della “piccola via”, ha mostrato che la santità consiste nel compiere le cose ordinarie con un amore straordinario. Ci insegna a riconoscere Cristo nelle circostanze più umili della giornata e a trasformare ogni piccolo gesto in un atto d’amore.
Cristo continua a camminare nel mondo attraverso i suoi discepoli; per questo l’ospitalità non è semplice filantropia, ma incontro con il Signore. Ogni persona può diventare il luogo di una visita di Dio. «Chi accoglie voi accoglie me; e chi accoglie me accoglie Colui che mi ha mandato» (Mt 10,40).
L’accoglienza genera comunione. Ogni autentico gesto di ospitalità rompe il cerchio dell’egoismo e costruisce la comunione. Nessuno esce da un incontro vissuto nell’amore esattamente come vi era entrato: entrambi ne escono arricchiti, perché Dio opera silenziosamente in chi dona e in chi riceve.
Gesù non stabilisce una graduatoria tra le persone, ma rivela che in ciascuna può rendersi presente Dio. La ricompensa promessa non dipende dalla grandezza del gesto, bensì dall’amore con cui esso viene compiuto e dalla sincerità con cui il cuore si apre all’altro.
San Benedetto da Norcia, nella sua Regola, scrive una frase divenuta il cuore dell’ospitalità cristiana: «Tutti gli ospiti che giungono siano accolti come Cristo». Non “come se fossero Cristo”, ma come Cristo. In queste poche parole è racchiusa un’intera spiritualità e una delle applicazioni più concrete del Vangelo.
Prima ancora di imparare a fare spazio agli altri, ciascuno di noi ha fatto esperienza di essere accolto da Dio. Egli non ci ama perché siamo perfetti, ma ci riceve così come siamo, con la nostra povertà, le nostre fragilità e le nostre attese. È da questa esperienza di misericordia che nasce la capacità di aprire il cuore agli altri. Chi si sa accolto dal Signore impara, poco alla volta, a fare spazio senza giudicare, senza pretendere e senza escludere.
La prima accoglienza comincia proprio nel fare spazio a Cristo. L’ospitalità evangelica è anzitutto aprire la porta del cuore. Solo chi si lascia accogliere da Lui impara davvero ad aprire il cuore agli altri. L’anima cresce quando esce da se stessa e il cuore si dilata nella misura in cui ama.
Gesù ci invita ad accogliere anche la croce quotidiana. La croce è tutto ciò che nella nostra vita non abbiamo scelto, ma siamo chiamati a vivere nell’amore e nella fiducia. La santità non consiste nel compiere imprese straordinarie, ma nel dire ogni giorno il nostro “sì” alla volontà di Dio nascosta negli eventi ordinari. È questa croce quotidiana, vissuta con fede, che allarga lentamente il cuore e lo rende sempre più simile a quello di Cristo.
L’accoglienza diventa così uno stile di vita. Ogni volto può custodire una presenza. Ogni incontro può trasformarsi in una visita del Signore. Ogni bicchiere d’acqua donato con amore può avere un peso eterno.
Forse, alla sera della vita, il Signore non ci domanderà quante cose avremo realizzato, ma quanto spazio gli avremo lasciato creare in noi attraverso le persone che ha posto sul nostro cammino. Ogni volta che avremo aperto la porta a un fratello, l’avremo aperta a Lui; ogni volta che avremo saputo ascoltare, perdonare, condividere o semplicemente restare accanto a qualcuno, Cristo sarà stato presente, discreto e silenzioso.
In fondo, tutta la vita cristiana consiste nell’imparare a fare spazio a Cristo, che continua a venirci incontro nel volto dei fratelli. Allora comprenderemo che nulla di ciò che è stato donato per amore è andato perduto. Ogni gesto nascosto, ogni rinuncia vissuta con fede, ogni bicchiere d’acqua offerto nel suo nome avrà contribuito a dilatare il nostro cuore fino a renderlo capace di Dio. E forse scopriremo, con stupore, che mentre pensavamo di fare spazio agli altri, era Cristo che, pazientemente, stava accogliendo noi nel suo amore.
Alla fine, non saremo ricordati per ciò che avremo trattenuto, ma per lo spazio che avremo saputo fare all’amore di Dio riconoscendo Cristo nel volto dei fratelli.

Pompeo Ricci

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