La voce del Vangelo

Solennità della Natività di San Giovanni Battista

«Giovanni è il suo nome» (Lc 1,63) La Chiesa celebra oggi una nascita singolare. Di solito i santi vengono ricordati nel giorno della loro nascita al Cielo, cioè della loro morte; per san Giovanni Battista, invece, si celebra la nascita terrena. È un privilegio che la liturgia condivide soltanto con la Vergine Maria e con il Signore Gesù. Questo già ci rivela l’importanza unica della missione affidata a Giovanni: egli è posto da Dio sulla soglia tra due mondi, tra l’attesa e il compimento, tra la promessa e la presenza del Salvatore. Gesù stesso ne traccia il ritratto più alto: «Fra i nati di donna non è sorto uno più grande di Giovanni Battista» (Mt 11,11). E tuttavia aggiunge immediatamente: «ma il più piccolo nel Regno dei cieli è più grande di lui». Non è una diminuzione della sua grandezza, ma una rivelazione della novità inaudita portata da Cristo. Giovanni è il più grande dell’antica alleanza; il discepolo di Cristo, rigenerato dalla grazia battesimale, partecipa invece alla vita stessa dei figli di Dio. Giovanni indica la porta; Cristo introduce nella casa. La figura del Battista appare così come una delle più luminose della storia della salvezza. È uno spirito grande perché semplice e semplice perché totalmente consegnato a Dio. Non compie miracoli, non fonda istituzioni, non scrive libri. Eppure tutta la sua vita è una parola vivente che indica Cristo. La sua statura spirituale non consiste nel richiamare l’attenzione su di sé, ma nel rimandare incessantemente a un Altro. I Padri della Chiesa amavano contemplare questa caratteristica. Sant’Agostino osserva che Giovanni è la voce, mentre Cristo è la Parola: la voce passa, la Parola rimane. Per questo il Battista non trattiene nulla per sé; egli sa che la sua missione consiste nel preparare l’incontro con il Signore. Quando la Parola appare, la voce può tacere. Quando arriva lo Sposo, l’amico dello sposo si rallegra e si ritira. In Giovanni vediamo anche una straordinaria radicalità. Fin dal grembo materno è consacrato alla missione ricevuta; nel deserto si lascia plasmare dalla Parola; davanti alle folle annuncia la conversione senza timore; davanti ai potenti difende la verità senza compromessi. La sua fedeltà non si attenua davanti alla persecuzione, ma si rafforza fino al martirio. La tradizione patristica ha spesso visto in lui il modello dell’uomo interamente orientato a Dio. San Gregorio Magno afferma che Giovanni amò la verità più della propria vita. Questa è la misura della santità: non l’assenza di prove, ma la fedeltà nelle prove. In un tempo che spesso cerca accomodamenti e mezze misure, il Battista ci ricorda che il Vangelo domanda cuori indivisi. Giovanni è anche l’uomo che unisce e divide. Unisce perché raccoglie in sé tutta l’attesa dell’Antico Testamento e la consegna a Cristo. Tutti i profeti avevano guardato verso il Messia futuro; Giovanni lo indica presente: «Ecco l’Agnello di Dio». In lui si incontrano Mosè e il Vangelo, la promessa e il compimento. Ma nello stesso tempo opera quel discernimento evangelico che separa la verità dall’errore e la conversione dall’indifferenza. La sua predicazione distingue la luce dalle tenebre, la sincerità dall’ipocrisia, l’accoglienza di Dio dal rifiuto della sua grazia. Nessuno può restare neutrale davanti alla sua parola. Come ogni autentico profeta, Giovanni non cerca il consenso, ma la fedeltà a Dio. Il tratto forse più affascinante della sua santità è però l’umiltà. Dopo aver attirato folle immense, dopo essere stato riconosciuto come profeta, egli accetta di scomparire. Quando Cristo si manifesta, Giovanni comprende che la sua missione è compiuta. Non prova gelosia, non difende il proprio prestigio, non costruisce un seguito personale. Pronuncia invece una delle parole più belle di tutto il Vangelo: «Egli deve crescere e io diminuire». I Padri hanno visto in questa frase il programma di ogni vita spirituale. Cristo cresce in noi nella misura in cui diminuisce l’uomo vecchio; la grazia si espande quando si riduce l’orgoglio; la luce avanza quando si allontanano le ombre dell’egoismo. La santità non consiste nel diventare importanti agli occhi del mondo, ma nel lasciare sempre più spazio a Cristo. Per questo molti Padri della Chiesa hanno visto nel Battista anche una figura della Chiesa stessa. Come Giovanni non trattiene a sé i discepoli ma li conduce a Cristo, così la Chiesa non vive per attirare gli uomini a sé, ma per condurli al Signore. La sua vera fecondità non consiste nel mettersi al centro, ma nel rendere presente Colui che è il centro della storia e della salvezza. Il nome stesso del Battista contiene un messaggio. «Giovanni» significa: «Dio ha fatto grazia», «Dio è stato benevolo». Quando Zaccaria scrive sulla tavoletta: «Giovanni è il suo nome», non sta semplicemente scegliendo un nome; sta riconoscendo il disegno di Dio. In quel momento la sua lingua si scioglie e ritrova la parola. C’è qui una profonda lezione spirituale. Zaccaria aveva perduto la parola a causa della sua incredulità; la ritrova quando si arrende alla volontà di Dio. Solo chi accoglie il progetto divino può parlare veramente. Solo chi ascolta la Parola riceve una parola autentica. Anche per noi il primo dono di Dio è sempre la sua Parola. Prima di agire, Dio parla; prima di chiedere, dona; prima di inviare, chiama. La nostra vita spirituale cresce nella misura in cui impariamo ad ascoltare. Non è l’abbondanza delle parole umane che trasforma il cuore, ma l’accoglienza della Parola divina. Per questo la festa di oggi ci invita a rivolgere uno sguardo sincero dentro di noi. Che cosa deve diminuire perché Cristo cresca? Quali ingombri occupano lo spazio che appartiene a Dio? Forse l’orgoglio, la ricerca di noi stessi, le preoccupazioni eccessive, le ferite non consegnate al Signore, le abitudini che soffocano la vita interiore. L’ascesi cristiana non è anzitutto un’opera di sottrazione fine a se stessa; è fare spazio. Come il Battista prepara la via al Signore, così ciascuno è chiamato a preparare nel proprio cuore una strada libera per Cristo. Ogni autentica conversione consiste nel togliere ciò che impedisce alla grazia di agire. E qui si apre una dimensione contemplativa. Giovanni è l’uomo che vive rivolto verso il Signore. Tutta la sua esistenza è un dito puntato verso Cristo. Egli non si pone al centro della scena; contempla e indica. In una cultura che spinge continuamente a esporre se stessi, il Battista insegna la gioia del decentramento: vivere non per essere guardati, ma per aiutare altri a incontrare Gesù. Fratelli e sorelle, la nascita di Giovanni annuncia che Dio continua a visitare il suo popolo. La sua figura ci invita ad accogliere la Parola, a lasciarci convertire, a vivere nell’umiltà e nella verità. Se permetteremo alla Parola di radicarsi profondamente in noi, se lasceremo diminuire ciò che appartiene all’egoismo e crescere ciò che appartiene a Cristo, allora anche per noi questa festa diventerà una rinascita spirituale. E potremo fare nostra la missione del Battista: essere, nel nostro tempo, non il centro della luce, ma lampade che conducono alla Luce; non protagonisti, ma testimoni; non possessori della verità, ma servi della Verità che è Cristo Signore. Beato il cuore che, alla scuola del Battista, sa diminuire davanti a Cristo: perché proprio lì, dove l’uomo si fa piccolo, Dio manifesta tutta la grandezza della sua grazia. Giovanni ci insegna che la santità consiste in questo: scomparire perché Cristo appaia, diminuire perché Egli cresca, vivere perché Lui sia conosciuto e amato. Questa è la vera gioia del cristiano: non essere la luce, ma rifletterla; non essere lo sposo, ma l’amico dello sposo; non trattenere Cristo per sé, ma indicarlo al mondo. E allora la nostra vita, come quella del Battista, diventerà una voce che prepara la strada al Signore.

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