«Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento» (Mt 5,17).
Fratelli e sorelle,
queste parole di Gesù si collocano all’inizio del grande discorso della montagna. Sono parole decisive, perché affrontano una domanda che attraversava profondamente la prima comunità cristiana: quale rapporto esiste tra l’antica alleanza e la novità portata da Cristo?
Il brano di Matteo 5,17-19 nasce in un contesto particolare. L’evangelista si rivolge soprattutto a cristiani provenienti dal giudaismo, uomini e donne che avevano riconosciuto in Gesù il Messia atteso da Israele. Essi vivevano però una situazione non semplice. Da una parte vi era il legame profondo con la Legge di Mosè e con le tradizioni ricevute dai padri; dall’altra l’esperienza nuova dello Spirito Santo, che apriva orizzonti inattesi e conduceva la Chiesa oltre i confini del giudaismo.
In questo contesto non mancavano tensioni e incomprensioni. Alcuni erano tentati di conservare ogni cosa esattamente come prima; altri, entusiasmati dalla novità evangelica, rischiavano di considerare superato ciò che Dio aveva donato a Israele. Matteo sente allora il bisogno di mostrare che in Gesù non vi è né rottura né semplice conservazione: vi è la pienezza.
Cristo non distrugge la Legge, ma la conduce alla sua maturazione. Il verbo utilizzato da Matteo è particolarmente significativo. Gesù non dice semplicemente di conservare la Legge, ma di portarla al suo pieno compimento. Nella lingua originale il termine indica il riempire, il colmare una realtà fino alla sua pienezza. In Cristo la Legge non viene ridotta né sostituita: raggiunge il fine per cui era stata donata. Come un seme contiene già in sé tutta la vita dell’albero, così l’Antica Alleanza conteneva in germe ciò che nel Vangelo si manifesta pienamente.
Non cancella la rivelazione precedente, ma ne manifesta il significato più profondo. Tutto ciò che Dio aveva preparato nella storia di Israele trova in Lui il suo centro e la sua realizzazione definitiva.
Sant’Agostino osserva che Gesù porta a compimento la Legge anzitutto perché realizza ciò che essa annunciava e, inoltre, perché rende possibile ciò che essa comandava. La Legge indicava la via, ma è Cristo che dona la grazia per percorrerla. L’uomo da solo conosce il bene, ma spesso non riesce a compierlo; nello Spirito Santo riceve la forza di vivere ciò che Dio chiede.
Anche san Giovanni Crisostomo sottolinea che il Signore non si pone contro Mosè. Al contrario, mostra che la Legge era una preparazione pedagogica destinata a condurre a Lui. Come il bocciolo si schiude nel fiore senza essere negato, così l’Antico Testamento si apre nella pienezza del Vangelo.
Per questo Gesù aggiunge: «Finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà dalla Legge neppure un iota o un trattino».
Non si tratta di un invito al legalismo. Gesù stesso contesterà più volte coloro che riducono la religione a una mera osservanza esteriore. Qui il Signore afferma piuttosto la fedeltà di Dio. Nulla di ciò che Egli ha detto è inutile o secondario. Ogni parola trova il suo significato pieno in Cristo.
Origene vedeva in questo versetto un invito a cercare il senso spirituale delle Scritture. Anche i dettagli più piccoli custodiscono un tesoro, perché tutta la rivelazione converge verso il mistero di Cristo morto e risorto.
Prima ancora di interrogarci sulle tensioni presenti nella Chiesa, questo Vangelo ci invita a guardare il nostro cuore. Talvolta anche dentro di noi convivono resistenze alla volontà di Dio e desiderio sincero di seguirlo. Vi sono aspetti della nostra vita che vorremmo affidare al Signore e altri che fatichiamo a consegnargli. Il compimento della Legge inizia quando permettiamo a Cristo di unificare la nostra esistenza e di orientare ogni cosa verso l’amore.
La questione, allora, non è scegliere tra Legge e Spirito, tra tradizione e novità. Tutte queste realtà trovano il loro giusto posto quando rimangono unite a Cristo. La vera domanda è se stiamo davvero camminando con Lui e lasciando che sia Lui il centro della nostra vita e delle nostre comunità.
Quando una comunità si divide tra “tradizionalisti” e “innovatori”, tra chi guarda soprattutto al passato e chi guarda soltanto al futuro, rischia di perdere il suo centro vitale. Il centro non è una sensibilità particolare, un progetto pastorale o una preferenza personale: il centro è il Signore Gesù.
Già la Chiesa apostolica conobbe tensioni di questo genere. Gli Atti degli Apostoli e le lettere di Paolo testimoniano discussioni accese riguardo alla circoncisione, alle norme alimentari e al rapporto con i pagani convertiti. Tuttavia la Chiesa non trovò la soluzione nello scontro o nella vittoria di una parte sull’altra, ma nel discernimento comunitario sotto la guida dello Spirito Santo.
È significativo che il cosiddetto Concilio di Gerusalemme si concluda con le parole: «È parso bene allo Spirito Santo e a noi» (At 15,28). Non “ha vinto una fazione”, ma “abbiamo cercato insieme la volontà di Dio”.
Questa è una lezione sempre attuale. Anche oggi le comunità possono essere attraversate da sensibilità diverse. Alcuni custodiscono con particolare attenzione la tradizione; altri percepiscono con forza le nuove chiamate dello Spirito. Entrambi i doni possono essere autentici. Il problema nasce quando si trasformano in contrapposizione, quando si smette di ascoltarsi e ci si percepisce come avversari anziché come fratelli.
San Basilio Magno ricorda che l’opera propria dello Spirito Santo è la comunione. Dove cresce l’orgoglio cresce la divisione; dove opera lo Spirito Santo cresce l’unità. Non un’unità uniforme, che appiattisce le differenze, ma una comunione nella quale i diversi carismi si arricchiscono reciprocamente.
Gesù conclude con un richiamo apparentemente severo: «Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli».
Il Signore ci ricorda che la fede non è una teoria. Talvolta possiamo conoscere molte verità della fede e persino difenderle con convinzione, senza però permettere che trasformino il nostro modo di vivere. Gesù non cerca semplicemente discepoli istruiti, ma uomini e donne che lascino il Vangelo plasmare i loro pensieri, le loro parole e le loro relazioni. Il compimento della Legge si misura nella concretezza della vita quotidiana.
La verità deve diventare vita. Non basta conoscere il Vangelo; occorre lasciarlo diventare carne nella nostra esistenza quotidiana. E il cuore del Vangelo è l’amore.
A questo punto comprendiamo meglio il significato delle parole iniziali di Gesù. La pienezza della Legge non consiste in un accumulo di prescrizioni, ma nell’amore che Dio riversa nei cuori per mezzo dello Spirito Santo. Come insegna san Paolo: «Pienezza della Legge infatti è la carità» (Rm 13,10). E altrove afferma: «Tutta la Legge trova la sua pienezza in un solo precetto: amerai il tuo prossimo come te stesso» (Gal 5,14).
Tutto converge lì. Se una comunità difende la dottrina ma dimentica la misericordia, tradisce il Vangelo. Se rivendica la libertà dello Spirito ma trascura la verità, si smarrisce ugualmente. Verità e carità devono camminare insieme, perché in Cristo non si oppongono, ma si illuminano reciprocamente.
Per questo una comunità cristiana autentica deve essere anzitutto luogo di riconciliazione. Il mondo è pieno di divisioni, conflitti, rivalità e giudizi reciproci. La Chiesa è chiamata a mostrare che un’altra via è possibile: quella del perdono, dell’ascolto e della fraternità.
Quando una parrocchia, una famiglia religiosa o un gruppo ecclesiale diventano luoghi nei quali ci si accoglie, ci si corregge con carità, ci si perdona e si cammina insieme, allora il Vangelo diventa credibile. La comunità non esiste per servire se stessa, ma per servire il prossimo. Non è un gruppo di persone che la pensano tutte allo stesso modo, ma il Corpo di Cristo che rende presente l’amore di Dio nel mondo.
Il vero compimento della Legge consiste dunque nel lasciarsi trasformare dall’amore di Cristo. Quando il suo amore regna nei cuori, le differenze non diventano motivo di divisione, ma occasione di arricchimento reciproco; la tradizione non diventa chiusura, e la novità non diventa sradicamento; la verità non soffoca la carità, e la carità non indebolisce la verità.
Chiediamo dunque al Signore la grazia di custodire insieme la fedeltà alla verità e la docilità allo Spirito; di amare la tradizione senza chiuderci al soffio di Dio; di accogliere la novità senza recidere le radici; di costruire comunità riconciliate, pacifiche e missionarie.
Allora si realizzerà davvero ciò che Gesù annuncia: non l’abolizione della Legge, ma la sua piena realizzazione nell’amore. Perché la Legge raggiunge la sua perfezione quando il credente, trasformato dallo Spirito Santo, vive per Dio e si mette con gioia al servizio dei fratelli.
Perché tutto ciò che Dio ha detto nella Legge, tutto ciò che ha promesso nei Profeti e tutto ciò che Cristo ha rivelato nel Vangelo trova la sua pienezza nell’amore che viene da Dio e ritorna a Dio attraverso il servizio ai fratelli.
Quando Cristo rimane il centro, la verità non divide, la novità non spaventa e la carità conduce tutti all’unità.
Pompeo Ricci